Cari amici di Stilum Curiae, oggi vi proponiamo un libro, scritto dal collega Aldo Maria Valli per i tipi di Fede e Cultura, e che potete trovare cliccando su queste parole.È la storia, così come l’ha vissuta Aldo Maria, della pubblicazione della testimonianza dell’arcivescovo Viganò, di cui abbiamo parlato a lungo; e che, stante il silenzio pervicace del Pontefice e delle altre persone direttamente coinvolte continuerà a pesare sulla credibilità di questo pontificato, e sulla reale volontà di affrontare il malcostume nella Chiesa, e i suoi risvolti sessuali, cioè gli abusi e il clima di complicità e coperture che li rendono possibili e li alimentano.

Come certamente sapete, non è il solo libro in questi giorni a occuparsi di questo argomento. Preferiamo per il momento parlare solo di questo testo. Perché? Perché vedete, perché abbiamo fiducia delle persone che pagano di persona per le cose in cui credono. E Aldo Maria Valli è una di queste. Vaticanista del TG1, ora è in vacanza-recupero per un periodo lunghissimo, e le sue prospettive future sono tutt’altro che limpide. Come scrive nell’introduzione: “Il prezzo da pagare è alto, in tutti i sensi. Sotto il profilo professionale potevo starmene tranquillo, senza espormi. Potevo continuare a godere i privilegi di una posizione di spicco, invidiata da molti. Invece ho messo tutto in discussione. In termini umani avevo tutto da perdere, nulla da guadagnare. Allora perché l’ho fatto? Me lo sono chiesto spesso e non passa giorno senza che me lo chieda di nuovo. Alla fine credo di poter dire così: il giudizio che mi sta a cuore è quello di Dio, non quello degli uomini. E quando il buon Dio mi chiamerà a giudizio voglio potergli dire che ho fatto tutto quanto mi era possibile per salvare la fede e per il bene della Chiesa. In fondo l’unica domanda che conta è sempre la stessa: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8”).

Poi ci sono altre persone che difendono posizioni, scelte, decisioni non condivisibili, o palesemente contraddittorie; o addirittura menzognere; o cercano con giochi di prestigio verbali di dare un’impressione distorta, falsificata della realtà, inventando scenari, complotti e fumosità, per influenzare chi magari non ha tutti gli strumenti per giudicare. Se queste persone hanno la loro convenienza, finanziaria, professionale e di prestigio direttamente e indirettamente proveniente dalla Chiesa, secondo voi hanno maggiore o minore credibilità rispetto a qualcuno che paga per le sue idee? A chi bisogna credere? D’altronde proprio oggi il Pontefice ci ha detto: “”Il diavolo entra dalle tasche. Prima viene l’amore per il denaro, l’affanno di possedere, poi la vanità e alla fine l’orgoglio e la superbia. Questo è il modo di agire del diavolo in noi”. Tutto questo per dire che apprezziamo l’onestà intellettuale di Aldo Maria Valli, e a lui diamo fiducia.

Il libro è estremamente interessante e documentato, come c’era da attendersi da qualcuno che ha vissuto in prima persona questa travagliata e drammatica vicenda. Ma ci ha colpito in particolare l’Introduzione, perché molte delle sue riflessioni fanno vibrare corde analoghe in chi scrive, a cominciare dalla prima: “Non è facile spiegare perché sto combattendo questa battaglia per la verità….Perché ho accettato di pubblicare il memoriale di monsignor Carlo Maria Viganò? Perché ho creduto in ciò che l’ex nunzio negli Stati Uniti mi ha detto? Perché ho ritenuto necessario farmi alleato di Viganò in un’opera di denuncia che certamente – mi è stato ben chiaro fin dal primo istante – mi avrebbe provocato tante difficoltà a tutti i livelli?”.

Per Valli una risposta a queste domande non può che partire dalla figura di papa Francesco e “da alcune convinzioni che piano piano sono maturate in me circa questo pontificato”.

È evidente – ed è condivisa da chi scrive – una delusione rispetto alle aspettative nate dall’elezione di quello che sembrava essere lo strumento di una profonda opera di pulizia e rinnovamento. “Dal punto di vista dell’immagine l’operazione è riuscita, perché Francesco effettivamente si è imposto sulla scena con uno stile nuovo, molto apprezzato dalla cultura dominante. Ma è stato pagato un prezzo: superficialità e demagogia nell’analisi dei fenomeni e dei problemi (migrazioni, ecologia, globalizzazione, Islam); ambiguità dottrinale (Amoris laetitia); cedimenti ingiustificati nel confronto con il luteranesimo; svalutazione del magistero papale ridotto spesso (interviste a Scalfari e ad altri, conferenze stampa in aereo) a discorso generico o, peggio, a valutazione sventata; desiderio smodato di piacere al mondo. Di conseguenza, sconcerto e perplessità crescenti in tanti fedeli. Quanto alla riforma della curia, annunciata come punto qualificante del pontificato, moltissima la carne al fuoco, ma con scarsi risultati e tanta confusione”.

E anche l’accentuazione data alla misericordia purtroppo, secondo Valli, e non solo lui, si è impoverita e svilita: “Francesco ha purtroppo banalizzato la misericordia divina spogliandola della dimensione del giudizio e trasformandola in misericordismo. Il Dio dei cristiani, è vero, è un padre che accoglie e non si stanca di perdonare, ma da parte del figlio occorre una presa di coscienza che conduca alla conversione. Dalla complessiva predicazione di Francesco, invece, risulta quasi che Dio abbia il dovere di perdonare a fronte di un diritto al perdono preteso dalla creatura. Ecco perché Francesco piace tanto ai laicisti e ai credenti che si riconoscono nella formula “Dio sì, Chiesa no”: li conferma nella loro scelta di fare sostanzialmente come gli pare mettendo davanti il nobile principio del “seguire la coscienza”. Ma la coscienza, come insegna il cardinale Newman e come ha ribadito Benedetto XVI, di per sé non conduce al bene. Occorre che la coscienza sia ordinata a Dio”.

Al di là delle intenzioni, come scrive Valli, e come avete letto tante volte in questi anni su queste pagine, l’atteggiamento del Pontefice ha profondamente sconcertato e confuso tanti che non si sono sentiti confermati nella fede e hanno visto nell’intera operazione un pericoloso e triste cedimento di Pietro nei confronti del mondo. “E Francesco in larga misura rafforza questo atteggiamento, per esempio ogni volta che parla genericamente della necessità di una Chiesa “in uscita”, non autoreferenziale. Ma che significa “in uscita”? Se per uscire devo rinunciare alla mia identità e devo annacquare il depositum fidei, se per uscire devo affermare che il centro della vita cristiana è la misericordia ma senza la verità e la giustizia di Dio, se per uscire devo dimenticare la questione del peccato originale, se per uscire devo trascurare tutto ciò che riguarda la contrizione e il pentimento, di certo non rendo un buon servizio né alla Chiesa né tanto meno alle anime. Arrivo a dire che la Chiesa ha il dovere di essere autoreferenziale, nel senso che deve continuamente ricercare e ritrovare il suo centro: Gesù Cristo. Non può esserci accoglienza senza una guida sicura dal punto di vista dottrinale e morale, senza una proposta chiara verso la conversione. Non può esserci pastorale senza retta dottrina. Altrimenti c’è solo genericità, ci sono soltanto parole di consolazione superficiale”.

Senza concetti chiari su ciò che è bene e male, appellarsi al “discernimento” è fonte di ambiguità. Che la Chiesa cattolica sia profondamente divisa, in questo momento storico, può essere negato solo dai ciechi, come diceva il compianto card. Caffarra. E, afferma Valli, “adesso vediamo che il rischio dello scisma è reale. Da un lato c’è una Chiesa del misericordismo e del dialogo con il mondo a ogni costo; dall’altra c’è la Chiesa di chi vuole rendere gloria a Dio, non all’uomo”. Il confronto con il mondo è necessario e doveroso, perché la Chiesa vive nel mondo, “ma non può mai diventare cedimento o compromesso. Ecco perché anche lo slogan sul ‘costruire ponti e non muri’ appare superficiale e ambiguo. Il ponte più importante è quello che unisce l’uomo a Dio (da cui pontifex). E a volte il muro occorre per difendere l’identità e la fede. Non si tratta di diventare superbi, ma di essere consapevoli del tesoro che si è chiamati a custodire e a tramandare”.

Soggetivismo, relativismo: “Sotto questo profilo possiamo dire che esistono già due Chiese: ce n’è una che, avendo fatto del dialogo con il mondo una sorta di dogma, di fatto legittima il soggettivismo interpretativo e il relativismo morale, e ce n’è un’altra che continua ad appellarsi alla legge divina. La spaccatura è netta. Il compito del successore di Francesco si annuncia di una difficoltà senza pari”. E poi c’è Amoris Laetitia, dove “L’ambiguità dottrinale di Francesco tocca il suo vertice. Il documento contiene di tutto. C’è l’esaltazione del matrimonio cristiano, fondato sull’indissolubilità e sull’apertura alla vita, ma c’è anche, specie a proposito dell’ammissione alla comunione dei divorziati risposati, l’idea che, di fronte ai comportamenti umani, il giudizio caso per caso sia preferibile al rispetto della legge immutabile, con il che si apre la strada al soggettivismo e al relativismo”.

Amoris laetitia, a causa dell’ambiguità, produce confusione, e i lettori di Stilum Curiae lo sanno. “Tanto è vero che le interpretazioni, in un senso o nell’altro, si sprecano e il documento può essere interpretato in un modo nella diocesi A e in un altro modo nella diocesi B, il che è inammissibile. Di fatto, ogni pastore è chiamato a regolarsi in proprio, ma questa è la fine della Chiesa cattolica… Ma lungo questa strada il messaggio cristiano si riduce a vago sentimentalismo, a un accompagnamento di natura emozionale che mette da parte il dialogo tra fede e ragione, elimina dall’orizzonte umano la ricerca della Verità e si limita a predicare una consolazione che possiamo trovare ovunque, senza il bisogno di rivolgersi alla Chiesa”.

Per Aldo Maria Valli “Francesco, purtroppo, sta conducendo la barca di Pietro sugli scogli del relativismo e del soggettivismo. E se il timoniere sbaglia la rotta, tocca a ogni battezzato richiamarlo e chiedergli di convertirsi, rispettando l’eterna legge di Dio e la retta dottrina, senza utilizzare l’alibi della pastorale e del discernimento, perché, occorre ribadirlo, una pastorale fondata su una dottrina distorta può portare soltanto frutti avvelenati e perché un discernimento che non abbia la legge divina come stella polare serve solo a giustificare il peccato”.

Sia Valli che chi scrive per il mestiere che hanno esercitato per tanti anni sono divenuti coscienti della corruzione morale presente nella Chiesa, anche ai suoi vertici. Dare fiducia comunque è stato possibile a lungo, “Ma a un certo punto non è stato più possibile. Qui si colloca il mio incontro con monsignor Carlo Maria Viganò e di qui la mia scelta di appoggiare l’arcivescovo nella sua difficile battaglia. Per giungere a una purificazione occorre un cambiamento radicale, ma il cambiamento, che deve riguardare tutti, anche la stampa, può avvenire soltanto nella verità. Provo molto dolore, ma credo che questa sia l’unica strada che ci è rimasta”.

“La Chiesa vive una fase difficile. Per un cattolico della mia generazione (ho sessant’anni) è come muoversi in un altro mondo. Se qualcuno, solo qualche anno fa, mi avesse predetto che mi sarei trovato a combattere questa battaglia, dopo aver provato sconcerto e turbamento di fronte all’insegnamento, ai comportamenti e ai silenzi del successore di Pietro, avrei risposto: tu vaneggi. E invece eccomi qua. Ripeto continuamente: Signore, abbi pietà di me”.

Esattamente. E abbi pietà della Tua Chiesa, Signore.

Buona lettura.

fonte: Marco Tosatti