Devono averlo riproposto negli anni Sessanta lo sceneggiato che apparve in TV, a puntate, tra il novembre e il dicembre del 1954, in bianco nero, “L’Alfiere”, tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Alianello; ricordo di averlo visto in TV negli anni Sessanta e, naturalmente, parteggiavo per Francesco (Pino), il giovane napoletano, Alfiere del Re, che combatte per la Patria mentre i suoi coetanei si rifiutano di prendere le armi e di combattere per il proprio Re… figuriamoci, sebbene tricolorato e risorgimentalista – son passati una sessantina di anni – ero già allora un vero conservatore (comprai a Napoli, sulla Collina del Vomero, il libro di Barry Goldwater “Il vero conservatore” pubblicato nelle Edizioni del Borghese, che mi affascinò), e ricordo bene quelle serate in cui “mi bevevo” le puntate de “L’Alfiere” (preso dalla libreria paterna avevo letto, ancora ragazzo, il romanzo dell’Alianello nelle edizione Einaudi del 1944, senza dargli particolare importanza) la storia del giovane eroe napoletano.

Sprofondato nella “poltrona della nonna”, quasi a sentirmi protetto dall’allora nascente Sessantotto, ammiravo le gesta dell’eroe “napolitano” e mi rodevo per la viltà dei suoi coetanei (anche se allora parteggiavo per i tricolorati), mentre fuori imperversava l’incipiente Sessantotto… i “capelloni”, i “figli dei fiori”, le “Comuni” e il libero amore, la marijuana e l’LSD, il messaggio d’odio di don Milani per cui la scuola seria andava abolita insieme al latino, alle bocciature (todos caballeros), il disprezzo per la “divisa” e per l’esercito e, in primis, per i cappellani militari, l’invito alla diserzione e all’obiezione di coscienza perché “l’obbedienza non è più una virtù ma la peggiore delle tentazioni” (don Milani).

Don Luigi Stefani, il Cappellano della “Tridentina” – nei cui confronti don Milani metterà su, di fronte ai ragazzi e allo stesso don Stefani, un infame processo farsa – così scriveva nel 1972 in una biografia su don Carlo Gnocchi:

«Morente amico mio, avvi espresso il desiderio di ritornare a Firenze (…) Tante cose sono cambiate da allora! A Firenze e in Italia (…) Una progressiva degenerazione sta avvelenando l’anima stessa della Patria; e la corruzione e la disonestà si sono insinuate in tutti i campi.

Ritorna! Ti incontrerai con preti che hanno perduto la testa e contestano l’autorità (…) Vedrai derisi gli ex combattenti, i cappellani militari; esaltati i cosiddetti “obiettori di coscienza”, tu che vestivi con orgoglio il tuo grigioverde e portavi con fierezza il tuo cappello alpino (…)

Ritorna! Anche nel tuo collegio è entrata la contestazione. Molte ragazze poliomielitiche, che dovrebbero piangere di gratitudine pensando a te, non sanno niente di te, non ne vogliono sapere. La scuola esterna le ha avvelenate. Hanno perduto la fede. Si sono lasciate strumentalizzare da chi diabolicamente ha strumentalizzato anche la loro infermità.»

(Cfr Don Luigi Stefani, “Il Santo con la penna alpina – Ricordo di don Carlo Gnocchi”, Ed. Quaderni de “Lo Sprone”)

Il Sessantotto era stato preceduto dal Concilio Vaticano II (1965) che fu, secondo il rosso cardinal Suenens, “il Sessantotto della Chiesa” per cui, nella società, al Sessantotto seguirono gli eccidi delle Brigate Rosse, le liste di proscrizione, gli agguati e i crimini dei vari movimenti armati della Sinistra (per la TV le BR erano “sedicenti”, per un Presidente della Repubblica erano “nere”), mentre al Concilio seguì il “Postconcilio” e, mentre nella società fu tolto il latino con conseguente “caduta libera” della scuola, nella Chiesa fu tolta la S. Messa in rito romano antico per cui, invece Sacrificio della Croce, la Messa divenne, alla maniera protestante, la “cena”.

Noi – e quando dico “Noi!” intendo quei giovani di “destra” o di estrema destra, per l’ordine costituito, contro il Comunismo, per il tricolore e per il Risorgimento che pensavamo avesse “finalmente” unito la Patria… insomma più vicini, senza esserne coscienti, al “giacobinismo di destra” e alla “destra storica” (che fu più sovversiva della sinistra) che alla Tradizione – ci battevamo contro la contestazione nelle Università e ci schieravamo, giustamente, sempre a fianco delle forze dell’ordine… per chi volesse avere un quadro della situazione caotica di allora nelle Università e nella Chiesa consiglio la lettura di un affascinante saggio di Duilio Marchesini (il famoso “Cazzotto di Dio” che ebbi l’onore di conoscere, npc) e Giancarlo Scafidi: “Nati per combattere – dalla Sapienza a Regina Coeli” (Tabula fati, 2020).

Ero a Napoli – come già ho raccontato nel mio “Dal natìo Borgo selvaggio” (Solfanelli, 2017) – e avevo aderito al PPM (Partito Popolare Monarchico) di Achille Lauro – un personaggio che mi ha sempre affascinato – quando un giorno, prendendo la funicolare dal Vomero, il mio amico Bruno Fichman, mi accompagnò alla sede del MSI che era proprio al capolinea in piazzetta Duca d’Aosta… una trentina di giovani e giovanissimi della nostra età stavano discutendo con i fratelli Gennaro e Angelo Ruggiero e Gennaro criticava un inserto sul Brigantaggio apparso sul settimanale “Lo Specchio” (ero anch’io lettore di quel giornale con il quale, poi, collaborai facendo fare l’ormai famosa intervista che smascherò il prete rosso don Milani) in quanto si considerava quella pagina di storia completamente negativa… mentre ci fu un “Brigantaggio” lealista, una vera e propria Resistenza all’invasore piemontese tricolorato.

Da lì iniziò il mio “Revisionismo storico” … “L’Alfiere”, che un tempo consideravo come una sorta di romanzo “di guerra”, certo ben scritto ma nulla più – allora mi domandavo, però, perché ce l’avesse tanto con l’Unità d’Italia e i “gloriosi bersaglieri” (sic) – divenne per me una sorta di Bibbia e in un dialogo tra il giovane alfiere Pino e il suo superiore il Tenente Franco, c’è tutta la spiegazione e la bellezza della Tradizione e l’orgoglio della fedeltà all’onore e alla Patria:

«E la libertà,» chiese Pino, «che n’hai fatto?»

«Ce l’ho qui,» rispose Franco e si batté sul petto, «giacché tra la mia e quella dei liberali ho scelto liberamente, da uomo. Non mi piace la loro libertà, ché quando te la vengono a imporre con le baionette, non è più essa. Io sto da questa parte, perché così piace a me che sono don Enrico Franco, e mi piace perché oggi è la parte più bella. Altri combattono e muoiono per una conquista, una terra, un’idea di gloria, per un convincimento, magari, un ideale, ma noi moriamo per una cosa di cuore: la bellezza. Qui non c’è vanità, non c’è successo, non c’è ambizione. Noi moriamo per essere uomini ancora. Uomini che la violenza e l’illusione non li piega e che servono l’onore, la fedeltà, la bandiera e la Monarchia perché son padroni di sé e servitori di Dio. Ieri forse poteva sembrar più nobile, più alta la parte di là, ma oggi con noi c’è la sventura e questa è la parte più bella (…) Preferisco combattere al mutar casacca.»

Quando a sera infuriava la contestazione e nelle strade rigurgitava sinistramente la canea urlante – (rivolta ai Carabinieri del Battaglione Mobile) “Camerata, basco ero, il tuo posto è al cimitero”, “Almirante boia Fanfani la su’ tro..a”, “Pagherete caro, pagherete tutto” –, quando nell’università le “guardie rosse” impedivano l’accesso a chi rosso non era, quando i Katanghesi andavano in giro ad aprire le teste come cocomeri di Rassina, quando “Lotta Continua” rivendicava l’assassinio del Commissario Calabresi (“Un gesto in cui si identifica tutto il proletariato”), mentre con le chiavi inglesi Hazet 36 (“hazet 36 – fascista dove sei”) i comunisti spaccavano il cranio a Sergio Ramelli (il Consiglio Comunale di Milano applaudì alla notizia della morte del ragazzo dopo quaranta giorni di penosa agonia e di indicibili sofferenze), quando venivamo assaliti perché “sorpresi” ad affiggere manifesti per la famiglia, contro il divorzio, quando anche molti tra i “falsi” amici mi (e ci) dicevano: “Ma voi siete sempre dalla parte dei perdenti… siete degli sfigati ma chi ve lo fa fare?” ci ricordavamo delle parole di Franco morente nella difesa di Gaeta: noi combattevamo e tuttavia combattiamo per un’idea di bellezza, senza chiedere compensi, per un senso dell’onore, insomma per la Verità, che è una sola e che si riassume nel motto: “Per Iddio, la Patria, il Re”… spesso facendo un esame di coscienza sulla mia vita e prendendo paura per il Giudizio inappellabile a cui nessuno potrà sfuggire, ringrazio il Signore che, nonostante i miei peccati, mi ha fatto dato la gioia e l’onore di poter combattere la “buona battaglia” (il “bonum certamen”)…

E non sono tanto le letture, pur belle, di storici come Giacinto De Sivo, il Buttà, Carlo Alianello, Harold Acton, De Cesare, o le affascinanti pagine di meravigliose riviste come “l’Alfiere – Rivista tradizionalista napoletana” – fondata dall’indimenticabile On. Silvio Vitale – a farci amare la Tradizione quanto l’esempio di quei “camerati” e fratelli che dettero la vita per “essere uomini ancora”: i Cristeros messicani, i vandeani, gl’insorgenti antigiacobini italiani, i combattenti dell’Armata Bianca della Carnia, i “Briganti” del Sud e i “soldati napolitani” che combatterono sul Volturno, a Messina, a Gaeta, a Civitella del Tronto e a coloro che, per non tradire, per non “cambiar casacca” perirono nei lager dei Savoia e, poi, i milioni di morti nei Gulag, nei Laogai e in tutte le prigioni del Comunismo assassino.

Già, il valore dei soldati napolitani a Civitella del Tronto, l’ultimo baluardo del Regno Duosiciliano… conoscevo i fatti storici della difesa di Messina e di Gaeta, ma ignoravo la Resistenza eroica della “Fedelissima” Civitella del Tronto quando lessi, fine anni Sessanta, un bellissimo e assai documentato libro di Giorgio Cucentrentoli, “La Difesa della ‘Fedelissima’ Civitella del Tronto 1860-1861” edito da “La Perseveranza” di Bologna (nel 1978 ristampai il libro come “Pucci Cipriani Editore”), un libro fondamentale che mi meravigliò, infatti, conoscevo Giorgio Cucentrentoli come storico “risorgimentalista”, militante nel Partito Monarchico Nazionale, che aveva pubblicato in precedenza un ridondante volume “Squilli di un secolo”… esaltante tricolori, penne bersaglieresche, cariche sabaude a cavallo, trombe, trombette e tromboni etc…

Nel frattempo avevo conosciuto il prof. Paolo Caucci, Docente di letteratura ispanica all’Università di Perugia, che, sin dalla fine degli anni Sessanta, organizzava una gita a Civitella del Tronto una volta all’anno in prossimità del giorno di San Giuseppe: partenza il sabato ospiti, per la cena, in una villa nell’Ascolano dello stesso Caucci e, poi, al mattino, su, alla Rocca… dopo aver assistito alla S. Messa in rito romano antico, la Messa di sempre e di tutti, la stessa Messa che, ogni giorno, l’eroico cappellano militare, il francescano padre Leonardo Zilli, celebrava portando l’Eucaristia ai difensori, insieme al suo incoraggiamento e ai suoi ammonimenti: “Ecco la nostra società – tuona il frate di Campotosto – ha perduto la grazia di Dio e si è resa schiava miserabile del demonio e degna di eterni castighi… noi tutti abbiamo offeso Dio che ci creò, ci redense, ci costituì suoi figlioli adottivi con il Santo battesimo (…) invochiamo il suo perdono” e mentre la pugna infuria p. Zilli depone sulla lingua dei soldati, in ginocchio, la Sacra Particola: “Corpus Domini nostri Jesu Christi…” Il buon frate conforta i feriti e si china, pietosamente, benedicente, sui morti…

Ogni anno, da cinquant’anni, mi reco a Civitella del Tronto, da trentacinque organizzo i Convegni e, sempre salgo alla Rocca nella chiesa di Sant’Jacopo, con lo stesso entusiasmo di quand’ero giovane… mi sembra che da quel sacello nella chiesa dove officiava padre Zilli – poi barbaramente fucilato alla schiena, insieme agli ultimi difensori, dai “liberatori” tricolorati – si rianimino i corpi di quei soldati eroici con le divise lacere e vengano verso di noi per ringraziarci delle nostre preghiere e, soprattutto, per ringraziare della celebrazione della S. Messa, che non è la cena, ma il Sacrificio della Croce che si rinnova, seppur in maniera incruenta… e accanto a quei morti e al loro cappellano, anche don Giorgio Maffei, il nostro cappellano per più di vent’anni, che sino all’ultimo, nonostante l’età, ha celebrato la Messa di sempre e ha guidato la “via Crucis” del venerdì… già, perché son certo che quella di aver potuto sempre celebrare la Messa cattolica sia stata una grazia del Signore, ricevuta per intercessione di padre Zilli da Campotosto… il nostro incontro con la Fraternità San Pio X di Mons. Marcel Lefebvre ha fatto sì che i nostri incontri abbiano dato opimi frutti… dalle nostre file sono fiorite anche due vocazioni, due sacerdoti fedeli alla tradizione, due “ragazzi” (io li ricordo così anche se ora hanno i capelli bianchi) oggi “sacerdoti in eterno” cresciuti nei seminari della FSSPX, alla cui formazione non sono stati estranei i Convegni di Civitella del Tronto: don Giovanni Carusi Spinelli e don Stefano Carusi…

“Venire a Civitella – scrive il giovane Vittorio Acerbi, che lo scorso anno, per la prima volta, salì alla Rocca e il venerdì sera partecipò all’annuale “Via Crucis” per le vie del paese guidata dal nostro don Gabriele D’Avino – vuol dire abbracciare una croce (…) come l’hanno abbracciata quei soldati che a Civitella consapevoli del loro esito fisico, e certi del loro esito metafisico, così ogni anno cerchiamo di farlo noi nel nostro piccolo (…) nel rendere omaggio a quei dimenticati eroi. Dimenticati ma solo per la storia (con la s minuscola appunto).”

Gli fa eco un altro giovane, il ventenne Edgardo Benfatto, studente universitario di storia e filosofia di Cecina: “Poche le volte sono state nella mia vita di percepire a pieno un ideale, un valore per cui combattere; sì perché viviamo in un’epoca di profonda dissoluzione antropologica nella quale ormai l’uomo sprofondato nel relativismo non è più in grado di conservare un’identità. L’antidoto a questi mali non può che essere la Tradizione colei che è in grado di fermare il tempo (che) riesce a unire quei cuori che battono per lo stesso ed unico Dio. Civitella del Tronto ne è l’esempio.”

Ricordo i giorni belli del novembre 2019 a Bergamo con quel Convegno “Da Barbiana a Bibbiano”, che scatenò “l’ira funesta” di tutto il mondo criptocomunista (e agli alti lai dei trinariciuti si associarono addirittura due arcivescovi… che Iddio li perdoni!). Convegno organizzato da Filippo Bianchi, allora Consigliere Comunale di Bergamo e al quale parteciparono, insieme allo stesso Bianchi e al sottoscritto, Jacopo Marzetti allora Commissario del “Forteto” e Francesco Borgonovo Vicedirettore de “La Verità” (l’unico quotidiano che si possa leggere) e, poi, ancora a Monaco di Baviera, con la delegazione fiorentina (Filippo Bianchi, Daniel Vata e Andrea Tortelli e il sottoscritto), dove il prof. Roberto de Mattei aveva organizzato una “Acies ordinata” contro l’eresia montante dell’episcopato germanico davanti alla cattedrale del Cardinal Marx: per oltre un’ora immobili sotto il vento sferzante e il nevischio che ci frustavano, in silenzio, a recitare il S. Rosario, e poi, al termine, il canto del “Credo”… dopo invitammo gli amici (eravamo in tanti, provenienti da “tutto il mondo”) a Civitella del Tronto che si sarebbe dovuta tenere a marzo… Quanta gioia ad aver fatto quel “combattimento”… e al mattino la nostra Messa, la Messa di sempre…

Ma poi, da allora, parafrasando padre Giovanni Bigazzi, posso ben scrivere: “Non ho contato i giorni del dolore / so che Gesù li ha scritti nel mio cuore.”

E al male si sono aggiunti il “coprifuoco” e le, talvolta, assurde restrizioni, l’impossibilità di incontrare persone… insomma la solitudine… per due lunghi anni… pensavo tristemente, che forse quella del marzo 2019 sarebbe stata la mia ultima Civitella… ma riuscimmo a farne una “raffazzonata” nel 2021 spostando la data da marzo a dicembre 2021, con un gruppo di trenta “baldi giovani”… poi per la Pasqua di quest’anno, il 2022, improvvisamente, un’altra forte “scossa” al cuore e allora pensai definitivamente che quei cinquanta anni di “attività”, tutti quei Convegni, quell’entusiasmo sarebbero finiti. Pensiero autoreferenziale quando si sostituisce l’io a Dio, quando l’orgoglio ti fa pensare “cosa sarà senza di me?”

E invece ecco la gioia più grande: il nobile Ascanio Ruschi, quel ragazzino (ha ora quarantatré anni) che ventisette anni fa veniva a Civitella del Tronto mettendo da parte i soldi durante l’anno, quel ragazzino che da allora – sopportando i miei brontolii e il mio caratteraccio – mi è stato vicino, fraternamente, in tutto questo tempo, fedele in questo “quasi trentennio”, onorando il motto a me caro: “etiamsi omnes ego non”, continuerà a far vivere questa bella tradizione e, dopo di lui, altri, “i vecchi e i giovani”, per dirla con Pirandello, che, fraternamente , insieme ad Ascanio, son sempre stati al mio fianco, prenderanno il testimone: “Tradidi quod et accepi”… e se non avessi avuto paura di scadere nella retorica e nel sentimentalismo melenso avrei inviato a tutti loro, facendolo mio, il testamento di un guerriero vandeano del 1832:

«Cari figli, io vi lascio per tutto patrimonio, lo stesso zelo che me ne ha privato… Dio voglia che ne siate ugualmente animati… Conservate tutte le forze del vostro spirito e del vostro corpo alla difesa della vostra Religione e del vostro Re. Siate virtuosi e costanti fate sempre tutto ciò che potete per il bene del vostri Paese, ma ricordatevi sempre che dov’è il Re là è la Patria. Non fate mai pace né tregua con i suoi nemici… ho ripreso le armi per consacrare i giorni che mi restano da vivere a servizio del nostro Re (Cristo Re!)…»

Come ogni anno ad aspettarci troveremo il Civitellese Daniele D’Emidio che, l’ultima volta, mi regalò una scheggia di una “palla di fuoco” nemica (piemontese) che trovò nei pressi della chiesa di S. Jacopo alla Rocca… ce l’ho qui, sul tavolo del mio studio e la tengo come “fermacarte” e troveremo il nostro on. Fabrizio Di Stefano con Mario (Mario quest’anno porta la chitarra vogliamo cantare, insieme a te, la canzone dei briganti!)… anche Fabrizio, nel momento del dolore, mi è stato vicino, fraternamente… com’è vicino a tutti noi da oltre vent’anni.

In questo Convegno dedicato alla memoria del Principe di Braganza e del prof. Piero Vassallo ci saremo tutti, i vivi e i morti… ora non ricordo molti dei loro nomi “ma nel mio cuore nessuna croce manca”, tra gli oratori c’è il giovane veronese prof. Alberto De Marco che, tra i pensatori e letterati della “Controrivoluzione”, ha scelto di parlare su Pino Tosca, il nostro indimenticabile Pino, saggista, poeta e scrittore, autore, tra l’altro, delle parole de “La Vandeana” che tante volte fu con noi a Civitella, sarà come poterlo ancora (ri)vedere e (ri)abbracciare.

Coraggio! Nessuno manchi a questo Convegno XXXV Incontro della “Fedelissima”(venerdì 7, sabato 8 e domenica 9 ottobre 2022) dove, dopo il canto del “Christus vincit” intonato da don Gabriele, grideremo insieme, a “una voce”, mentre sul pennone verrà issata a garrire al vento la bianca Bandiera gigliata: Viva Cristo Re! Viva la Tradizione! Viva Francesco e Sofia!

PUCCI CIPRIANI