di Cristina Siccardi

Fonte: Cristina Siccardi

(Lettera Napoletana) «Meditando sulla storia d’Italia, sui monumenti di sua antica grandezza, vi si legge l’origine diversa della sue popolazioni (…) Ogni città d’Italia ha le sue tradizioni, i suoi costumi, le sue glorie, i suoi pregiudizi (…) Che cosa ha fatto il Governo italiano per acclimatare questi elementi eterogenei ? Che cosa ha fatto per affezionarsi queste popolazioni? Nulla, anzi ha lavorato e lavora per frangere la sola unità che vi rimaneva, quella unità che l’à redenta dalla vera schiavitù : unità religiosa, l’unità di fede che col sangue di milioni di martiri gli aprì la via della vera Civiltà».

È un brano di un inedito di Francesco II di Borbone (“Riflessioni sull’Opuscolo Armi e Politica”) , scritto negli ultimi anni di vita ad Arco di Trento (Trento), dove si spense nel 1894, a soli 58 anni.

Lo scritto, ritrovato dal ricercatore e collezionista Girolamo Broya de Lucia, è pubblicato integralmente nel saggio appena uscito a cura del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio (AA.VV. Francesco II di Borbone, il Re Cattolico, Centro Studi sul Risorgimento e gli Stati Preunitari, Modena 2015, pp.158, € 20)

Una trentina d’anni dopo l’invasione piemontese del Regno, l’ultimo Sovrano delle Due Sicilie guarda senza acrimonia ma lucidamente ai risultati disastrosi dell’unificazione dell’Italia ed all’operato del Governo italiano e formula quella che appare oggi come una profezia:

«Che non si illudano i Governi; la Religione è elemento di ordine e di forza; senza religione non v’ha progresso civile. I più vasti Imperi caddero allorché persero ogni credenza! (…) Corrompete i costumi e imperate fu la filosofia di quei tempi. Corrompete ed imperate, pare fosse la filosofia del nostro progresso: le conseguenze potrebbero essere le stesse» .

«L’unificazione italiana si attuò con la violenza, in spregio del diritto internazionale e della legge naturale – scrive lo storico Roberto de Mattei nell’introduzione al volume – il conte di Cavour, che ne fu il principale artefice, era un politico spregiudicato ed immorale, che usò tutti i mezzi per raggiungere il suo scopo , incoraggiando il terrorismo di Mazzini e l’avventurismo di Garibaldi. Il principio cavourriano, libera Chiesa in libero Stato, separò di fatto non solo la Chiesa dallo Stato, ma anche la politica dalla morale».

Il Regno delle Due Sicilie aveva, fin dalle sue origini normanne, che Francesco II ed i suoi predecessori richiamavano con orgoglio (“l’antica monarchia di re Ruggiero” ), una speciale relazione con la Chiesa, ricostruita nel saggio di Don Mauro Tranquillo. L’odio del liberalismo e della massoneria contro le Due Sicilie, che portò alla guerra non dichiarata mossa da Inghilterra, Francia e Piemonte, ed all’invasione, si spiega così, con la necessità di abbattere il baluardo principale nella penisola dello Stato Pontificio.

Illuministi, massoni, settari di ogni genere già dal tempo di Carlo di Borbone lavoravano ad indebolire questo legame, simboleggiato dal tributo che i Normanni avevano cominciato a versare al Papa fin dal 1059 e poi dall’omaggio della Chinea, il cavallo bianco donato al Pontefice, che risaliva al 1266 quando il Papa Clemente IV incoronò Rex Siciliae Carlo I d’Angiò, fratello di San Luigi IX .

«Nel 1738, – scrive Don Mauro Tranquillo – quando Carlo di Borbone (….) si impossessò del Regno in seguito ai suoi successi militari nel quadro della guerra di successione polacca, il Papa Clemente XII accettò di conferirgli l’investitura. Quindi la Casa di Borbone entrò in possesso del Regno, come tutti i predecessori, in grazia della volontà papale».

Il regio Procuratore, Cardinale Troiano Acquaviva, prestò al Papa il consueto giuramento di omaggio e fedeltà, confermato poi da Re Carlo con la Bolla d’oro siglata a Portici il 9 aprile 1739.

«Interessante notare – scrive lo studioso – come un Re che aveva conquistato il trono con le armi affermi solennemente di aver ricevuto e tenere il Regno unicamente “per la grazia e la mera liberalità della Sede Apostolica”, a significare il concetto ben chiaro che l’unica fonte del possesso legittimo era la Chiesa Romana, non la semplice forza del fatto compiuto. Un concetto che , seppure diversamente declinato per le diverse circostanze , ritroviamo proprio nel testo di Francesco II: non la forza, ma la religione soltanto può rendere stabili i regni»

Il volume, con una presentazione di S.A.R il Principe Carlo di Borbone – Due Sicilie e la prefazione di Mons. Luigi Negri , Arcivescovo di Ferrara – Comacchio, raccoglie i contributi di Roberto de Mattei (“Francesco II da Gaeta all’esilio 1861 – 1894”) ; Massimo Viglione (“Francesco II di Borbone, re delle Due Sicilie. Un giovane solo dinnanzi al divenire della storia”), Cristina Siccardi (“Maria Cristina di Savoia, Regina delle Due Sicilie”), Don Mauro Tranquillo (“Il nostro regno di qual e di là del faro : legame costituzionale tra la Chiesa Romana e le Due Sicilie”); Elena Banchini Braglia (“Un duello all’ultimo sangue tra la bellezza e la morte. Francesco II al tramonto di un’epoca”).

Si tratta di un saggio fondamentale che arricchisce le conoscenze sulla personalità dell’ultimo Re delle Due Sicilie e può costituire un supporto all’avvio del processo che lo porti alla gloria degli Altari. (LN96/16)

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