Sabato 16 febbraio 2019 a Firenze presso l’Auditorium della Regione Toscana in via Cavour, alle ore 10,30, per iniziativa del Consigliere della Lega jacopo Alberti, Portavoce dell’opposizione in Consiglio Regionale e della Comunione Tradizionale, verrà presentato il volume di ANTONIO SOCCI : “Il Segreto di Benedetto XVI – perché è ancora Papa” (Rizzoli) alla presenza dell’Autore con : Jacopo Alberti – Lorenzo Gasperini – Pucci Cipriani – Ascanio Ruschi.

Presentiamo una recensione, a questo libro di A. Socci, di Roberto de Mattei il quale, pur apprezzando grandemente lo scrittore Socci e la sua battaglia, diverge, in questo caso, dalle tesi dell’autore. Apriamo così – ancor prima della presentazione- un appassionato dibattito su questa pubblicazione – che come tutti gli scritti di Socci rappresenta un atto d’amore verso la Chiesa – che sta sconvolgendo gli ambianti clericali e appassionando i fedeli. (Pucci Cipriani)

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(Roberto de Mattei, Cooperatores Veritatis – 8 gennaio 2019) «La Santa Madre Chiesa è dinanzi a una crisi senza precedenti in tutta la sua storia». Questa immagine del teologo Serafino M. Lanzetta, che apre l’ultimo libro di Antonio Socci, Il segreto di Benedetto XVI. Perché è ancora papa (Rizzoli, Milano 2018), invoglia alla lettura chiunque desidera capire meglio la natura della crisi e le possibili vie per uscirne.

Socci è un brillante giornalista che ha dedicato tre libri alle vicende della Chiesa sotto il pontificato di papa Francesco: Non è Francesco. La Chiesa nella grande tempesta (Rizzoli, Milano 2014), La profezia finale (Rizzoli, Milano 2016) ed ora Il segreto di Benedetto XVI.

Di questi tre libri, il migliore è il secondo soprattutto nella parte, accuratamente documentata, in cui sottopone a un meticoloso esame gli atti e le parole più controverse del primo triennio di governo di papa Francesco. Nel suo ultimo libro, invece, Socci sviluppa la tesi già proposta in Non è Francesco, secondo cui l’elezione di Jorge Mario Bergoglio è dubbia, e forse invalida e Benedetto XVI sarebbe ancora Papa, perché non avrebbe rinunciato del tutto al ministero petrino. La sua rinuncia al papato sarebbe stata “relativa” – scrive Socci – ed egli avrebbe inteso «rimanere ancora papa sia pure in un modo enigmatico e in una forma inedita, che non è stata spiegata (almeno fino a una certa data)»[1].

L’accettazione pacifica e universale di papa Francesco

Per quanto riguarda i dubbi sull’elezione del cardinale Bergoglio, al di là delle sottigliezze giuridiche, non c’è stato alcun cardinale, partecipante al Conclave del 2013, che abbia sollevato dubbi sulla validità di quell’elezione. Tutta la Chiesa ha accettato e riconosciuto Francesco come legittimo Papa e, secondo il diritto canonico, la pacifica “universalis ecclesiae adhaesio” (adesione della Chiesa universale) è segno ed effetto infallibile di un’elezione valida e di un papato legittimo. La professoressa Geraldina Boni in un approfondito studio dal titolo Sopra una rinuncia. La decisione di papa Benedetto XVI e il diritto[2], ricorda come le costituzioni canoniche in vigore, non considerano invalida un’elezione frutto di patteggiamenti, accordi, promesse od altri impegni di qualsiasi genere come la possibile pianificazione dell’elezione del cardinale Bergoglio.

Quanto scrive la prof.ssa Boni coincide con ciò che Robert Siscoe e John Salza osservano, sulla base dei più autorevoli teologi e canonisti: «… è dottrina comune della Chiesa che l’accettazione pacifica e universale di un Papa fornisce certezza infallibile della sua legittimità»[3].

Sul diritto di un Papa a dimettersi, non ci sono dubbi in proposito. Il nuovo Codice di Diritto canonico disciplina l’eventualità della rinuncia del Papa nel can. 332 § 2, con queste parole: «Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti». La rinuncia di Benedetto XVI è stata libera e ritualmente manifestata. Se Benedetto XVI avesse subito pressioni avrebbe dovuto dirlo, o avrebbe almeno dovuto lasciarlo capire. Nelle sue Ultime conversazioni con Peter Seewald (Garzanti, Milano 2016), ha dichiarato invece il contrario, ribadendo che la sua decisione è stata pienamente libera, immune da ogni costrizione.

La moralità delle dimissioni di papa Benedetto

Il gesto di Benedetto XVI legittimo dal punto di vista teologico e canonico, appare però in assoluta discontinuità con la Tradizione e la prassi della Chiesa e perciò moralmente censurabile. Infatti la rinuncia di un Papa è canonicamente possibile “propter necessitatem vel utilitatem Ecclesiae universalis” (nell’interesse della Chiesa universale), ma perché sia moralmente lecita ci deve essere una iusta causa, altrimenti l’atto, pur valido, sarebbe moralmente deplorevole e costituirebbe una colpa grave dinnanzi a Dio. Del tutto sproporzionata alla gravità del gesto appare la ragione esposta dallo stesso Benedetto XVI l’11 febbraio 2013: «Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità».

Socci conosce la dottrina canonica e commenta: «Siccome Benedetto XVI non indica motivi eccezionali, non potendo pensare che sia voluto “cadere in colpa grave”, i casi – escludendo la costrizione – sono due: o la sua non è una vera e propria rinuncia al papato o i motivi eccezionali non sono stati spiegati»[4].

Non si capisce come Socci escluda a priori la possibilità di una “colpa grave” di Benedetto XVI. Purtroppo proprio di questo si tratta. La decisione di papa Benedetto ha creato una situazione senza precedenti. Agli occhi del mondo si è trattato di una desacralizzazione del ministero petrino che viene considerato come un’azienda da cui il presidente può dimettersi in ragione dell’età e della debolezza fisica. Il prof. Gian Enrico Rusconi ha osservato che Benedetto XVI “con la sua decisione di dimettersi dice che non c’è nessuna particolare protezione dello Spirito Santo che può garantire la saldezza mentale e psicologica del Vicario di Cristo in terra, quando è insidiata dalla vecchiaia o dalla malattia” (Teologia laica. La rivoluzione di Benedetto, La Stampa del 12 febbraio 2013).

I Papi nella storia furono eletti sempre in tarda età e spesso in pessime condizioni fisiche, senza che la medicina del tempo potesse aiutarli, come è invece in grado di fare oggi. Eppure non rinunciarono mai ad esercitare la propria missione. Il benessere fisico non è mai stato un criterio di governo della Chiesa.

Esempi storici in contrasto

Il vecchio arcivescovo di Goa nelle Indie, infermo e afflitto da molte pene, aveva supplicato il Papa di liberarlo dalla sua carica. Ma Pio V gli rispose che come buon soldato doveva morire sul campo, e per infondergli coraggio gli ricordò le proprie sofferenze con queste parole: «Vi compatiamo fraternamente che sentiate, vecchio come siete, stanchezza per tante fatiche, in mezzo a tanti pericoli; ma ricordatevi che la tribolazione è la strada normale che conduce al Cielo, e che noi non dobbiamo abbandonare il posto assegnatoci dalla Provvidenza. Credete forse che anche noi, tra tante sollecitudini piene di responsabilità, non siamo talvolta stanchi di vivere? E che non desideriamo di ritornare al nostro primitivo stato, di semplice religioso? Non di meno siamo risoluti a non scuotere il nostro giogo, ma a portarlo coraggiosamente fin quando Dio ci chiamerà a sé. Rinunziate dunque a qualsiasi speranza di potere ritirarvi a vita più quieta…».

Il 10 settembre 1571, pochi giorni prima della battaglia di Lepanto, lo stesso san Pio V indirizzò al Gran Maestro dei Cavalieri di Malta Pietro del Monte una lettera commovente, nella quale, per far coraggio al vecchio comandante, scrive: «Voi saprete senza dubbio che la mia croce è più pesante della vostra, che mi mancano ormai le forze, e come siamo numerosi quelli che cercano di farmi soccombere, Io sarei certamente venuto meno e avrei già rinunziato alla mia dignità (cosa che ho pensato più di una volta), se non avessi amato meglio rimettermi interamente nelle mani del Maestro che ha detto: Chi vuole seguirmi rinneghi sé stesso».

L’abdicazione di Benedetto XVI non rivela il rinnegamento di sé stesso, espresso dalle parole di san Pio V, ma è manifesta piuttosto lo spirito rinunciatario degli uomini di Chiesa del nostro tempo: è la rinuncia a svolgere la più alta missione che un uomo può svolgere sulla terra: quella di governare la Chiesa di Cristo. È la fuga davanti ai lupi da parte di chi, nella sua prima omelia, il 24 aprile 2005, aveva detto: «Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi».

L’ultimo discorso pubblico di Benedetto XVI, un punto di discordia

Antonio Socci cita l’ultimo discorso ufficiale e pubblico del pontificato di Benedetto XVI, il 27 febbraio 2013, in cui ha parlato del suo ministero: «[…] La gravità della decisione è stata proprio anche nel fatto che da quel momento in poi ero impegnato sempre e per sempre dal Signore. […] Il “sempre” è anche un “per sempre” – non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. […]».

«Un’espressione dirompente – commenta Socci – perché se Benedetto, con quell’atto, ha rinunciato solo “all’esercizio attivo del ministero”, significa che non intendeva rinunciare al ministero in sé” (…) Alla luce di quel suo ultimo discorso si comprende perché Joseph Ratzinger è rimasto nel “recinto di Pietro”, si firma tuttora Benedetto XVI, si definisce “papa emerito”, ha le insegne araldiche papali e continua a vestirsi da papa»[5].

Questa affermazione, presa alla lettera, come Socci la intende, è teologicamente erronea. Quando viene eletto, il Papa riceve l’ufficio di giurisdizione suprema, non un sacramento che porta l’impronta di un carattere indelebile. Il Papato non è una condizione spirituale o sacramentale, ma piuttosto un “ufficio”, o più precisamente un’istituzione.

Secondo l’ecclesiologia del Vaticano II, invece, la Chiesa è innanzitutto “sacramento” e deve essere spogliata della sua dimensione istituzionale. Ci si dimentica che se il Papa è uguale ad ogni vescovo per la sua consacrazione episcopale, egli è superiore ad ogni vescovo in ragione del suo ufficio che gli assicura una piena giurisdizione su tutti i vescovi del mondo, considerati sia singolarmente che nel loro insieme.

Violi e mons. Gänswein contribuiscono alla confusione

Socci si richiama anche al discutibile studio del prof. Stefano Violi La rinuncia di Benedetto XVI. Tra storia, diritto e coscienza (“Rivista Teologica di Lugano” i n. 2/2013, pp. 203-214), che introduce la distinzione tra l’”ufficio”, a cui Benedetto XVI avrebbe rinunciato, e il munus petrino, che continuerebbe a conservare.

Fonte: Corrispondenza Romana