Presso la “Fedelissima” Civitella del Tronto si terrà il XXXII Convegno della Tradizione Cattolica. Tutti gli amici e coloro che si ispirano ai valori eterni della Tradizione sono invitati. Per informazioni rivolgersi pucciovannetti@gmail.com cell. 333 9348056, avv.ruschi@libero.it cell. 349 4657869.

L’ultima pagina dell’epopea di Civitella del Tronto

La mattina del 19 marzo 1861 Fra’ Leonardo Zilli da Campotosto aveva portato, dopo la celebrazione della S. Messa, l’Ostia consacrata, insieme alle parole di conforto, ai soldati, sugli spalti della Roccaforte di Civitella del Tronto. E anche in quel 19 marzo 1861 i fuochi della notte illuminavano la Valvibrata… erano i “fuochi dei ribelli”, come venivano chiamati dalla soldataglia piemontese i sudditi del Regno del Sud che così, sfidando gli ordini dell’esercito rivoluzionario schierato “a corona” in tutta la Valle, facevano sapere ai difensori della Roccaforte Borbonica che non erano soli e che i cuori della gente, di quella terra benedetta, battevano, all’unisono, per loro che combattevano — spes contra spem — la loro ultima battaglia per Iddio, la Patria e il Re, perché rifiutavano quella falsa libertà portata dai liberali giacobini : “che quando te la vengono a imporre con le baionette non è più essa”

Non furono i bombardamenti indiscriminati, non fu la fame né la sete, non fu la spossatezza a far cadere la Cittadella ma il tradimento di un Giuda, il Colonnello Ascione, compro dall’oro massonico, che, nottetempo, aprì le porte al nemico. Eppure erano stati respinti anche gli emissari di Re Francesco (Dio guardi!) che dispensava quei fedelissimi dal continuare la Resistenza dopo la resa di Gaeta, il 13 febbraio 1861 e quella di Messina, 12 marzo…ormai le Cancellerie di tutta Europa guardano a Civitella del Tronto con stupore e financo con ammirazione: infatti dopo la proclamazione della così detta “Unità d’Italia”, di fronte a un immenso esercito, su quella Fortezza continua a sventolare la bianca bandiera borbonica con sopra i gigli dorati, ricamati dalla stessa Regina Sofia che, “per vie segrete”, era stata fatta arrivare alla guarnigione. Per altri quaranta giorni, dopo la fine del Regno con la capitolazione di Gaeta, la sparuta guarnigione civitellese aveva tenuto testa a un intero esercito “imbestiato” da quella inaspettata Resistenza, perché quei soldati sapevano bene che quello era il loro dovere di servitori del Re e di uomini veri anche se la loro resistenza era “Senza speranza”.

Chiunque avrebbe reso l’onore delle armi agli eroi di Civitella ma per loro era già stata decretata la morte. Il Maggiore Finazzi, ha avuto ordini precisi da quella “casta” di Generali “risorgimentali”, ormai famigerati che, in nome degli ideali di “libertà e fratellanza”, avevano messo a ferro e fuoco l’Aquilano, l’Ascolano e il Teramano… ancora eran fumanti le macerie di Pizzoli e Carsòli. E negli occhi dei “cafoni”, dei montanari di quelle terre, della popolazione inerme, c’era ancora l’orrore dei saccheggi, degli stupri, delle violenze dei “liberatori” che avevano lasciato il segno a Casalduni e a Pontelandolfo, incendiando tutte le case con i loro abitanti (donne, vecchi e bambini) perché colpevoli di essere genitori o figli di “briganti” e coloro che fuggivano dal fuoco giacobino, venivano atterrati dai “gloriosi” bersaglieri, appostati in periferia, perché non vi fossero superstiti. Ma nessuno parla di queste infamie, di questa tremenda “Guerra civile”.

Strani pudori quelli della storiografia “italica” che ricorda soltanto le rappresaglie delle SS tedesche contro le povere e inermi popolazioni italiane… ma si dimentica dei massacri dell’esercito piemontese “liberatore”, scordandosi delle teste, quelle dei così detti “briganti” e dei loro familiari (“amici e manutengoli dei “briganti!), issate sulle picche dei rivoluzionari invasori al soldo della Massoneria inglese. Sì, come in Francia ai tempi della Rivoluzione. E, infatti, il Risorgimento italiano fu, davvero, la Rivoluzione italiana.

A calci e a colpi di moschetto i “capi” della Resistenza civitellese vennero portati in paese : il Tenente Messinelli che, fino in fondo, era stato con i suoi soldati, incoraggiandoli e confortandoli come fosse un fratello maggiore, Zopito di Bonaventura, “O’ Generale de Franceschiello”, il “brigante” che, lasciando la moglie e i figli, era venuto dentro le mura della Fortezza per difendere la propria terra e combattere gl’invasori giacobini e, infine, il francescano padre Leonardo Zilli da Campotosto, l’eroico cappellano e combattente “lealista” lui stesso che, ogni giorno, con la celebrazione della S. Messa, dava forza e motivazione ai soldati del Re Francesco (Dio guardi!).

Di quali colpe si erano macchiate queste persone se non di quella di aver “trasgredito le leggi di guerra” con una “iniqua, prolungata difesa”? Per loro che avevano scelto la “parte perdente” e la fedeltà alla Monarchia e al loro Re c’è la sentenza di morte con fucilazioni alla schiena come si usa con i traditori. : la sentenza di morte viene eseguita dietro la chiesa di San Francesco, a Porta Napoli, dove, ancora sono visibili sui muri i segni lasciati dalla fucileria piemontese. ll primo a cadere sotto il piombo sabaudo massonico è il Tenente Messinelli mentre guarda, come incantato, quella neve vergine che, sotto il sole tiepido della primavera, imbianca il Gran Sasso… poi Zopito di Bonaventura che ha messo sulla sua giubba la coccarda rossa borbonica. Il suo ultimo pensiero è per la famiglia, per la moglie Giacomina :

“O Giacomina vestita a lutto

o Giacomina in cappellino”

E poi è la volta di padre Leonardo Zilli da Campotosto. La sua fine ci vien raccontata da un testimone oculare, Elisabetta De Gregoris in Marcellini:

“Il plotone dei bersaglieri è con l’armi puntate. Padre Zilli da Campotosto si asciuga la fronte con una pezzuola che poi ripone con cura nella tradizionale manica del saio; guarda in alto come per cercare Dio. Ha chiesto al Maggiore Finazzi una grazia, quella di poter essere seppellito nella sua chiesa.

“No” replicò il Finazzi: “I briganti devono essere seppelliti sul luogo!”

Allo sparo che rimbomba stranamente il frate cade in avanti e il cappuccio — alzandosi — gli copre ora, in terra, tutta la testa.

“Christus vincit! Christus ragnat! Christus imperat!” avevano cantato, la sera del 19 marzo, i difensori della “Fedelissima” nella chiesa di San Jacopo. E quegli eroi si erano immolati “Per Iddio, la Patria, il Re” . O Signore, Dio degli eserciti, accogli quei prodi tra le tue braccia.

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I protagonisti:

Pucci CiprianiAscanio RuschiFabrizio Di Stefano Don Mauro TranquilloMassimo de LeonardisRoberto de MatteiMassimo ViglioneAlessandro Elia                                                                                                                                                                                                                                   Guido Vignelli  Virginia Coda Nunziante Rodolfo de MatteiLorenzo Gasperini Marco Solfanelli   Andrea Sandri  Patrizia Fermani Cristina Siccardi Manetti e Carlo Manetti