La coppia inattuale, di Elio Paoloni (TAU edizioni), è un manuale di coppia tanto controcorrente da risultare un pamphlet.

La coppia inattuale del titolo è la coppia di ogni tempo, quella di sempre. Quella di cui parla Levi Strauss, considerato alfiere del relativismo: «La famiglia è l’emanazione, a livello sociale, di quei requisiti naturali senza i quali non ci potrebbe essere la società, né, in fondo, il genere umano».

Paoloni invita a diffidare dell’aggettivo “tradizionale” applicato alla famiglia, così da intendere che ne esistano altre e di altro genere.

Per Paoloni non è così, non ci sono alternative.

Ruvido, irritante, scomodo, il libro ha un suo pubblico di riferimento. Fin dall’apertura è infatti rivolto agli atei, agli agnostici e ai tiepidi. A coloro, cioè, che sono abbandonati – ben che vada – alle turbolenze dei wedding planner e delle rubriche femminili, ma anche a chi non ha tempo per riflettere sul senso del matrimonio e spesso non ritiene neppure sia il caso di farlo. Ed ecco spiegato quel Matrimoni politicamente scorretti che appare come sottotitolo.

Per converso, La coppia inattuale, è dedicato anche ai fervidi credenti, ancor meno portati a riflettere su criteri e valori di una unione, sancita o di fatto.

Il testo, ironico e a volte sarcastico, è spesso provocatorio fin dai titoli dei capitoli, che vanno da Maschicidi a gogò a Tengo due mamme. Un intero capitolo elogia la figura oramai da storia dell’antropologia del Sensale di matrimoni.Ovvio sia una provocazione: nessuno può pensare seriamente di ripristinare una pratica che appare grottesca. Ma la provocazione permette di riflettere sulla totale assenza di ruolo delle famiglie di provenienza nei matrimoni odierni.

Domina, nel nostro contemporaneo, l’idea che tutti i valori, le norme, i paletti che hanno retto la civiltà per secoli siano riconducibili a delle innaturali imposizioni, dei religiosi ancor più che della religione. Tutta la nostra vita pare assurdamente fondata sui dogmi costruiti da una cupola di preti sessuofobi, misogini, omofobi. E che certi comportamenti, certe rinunce, certe fermezze siano ammuffiti, antiquati, medioevali. Da essi occorre emanciparsi.

Paoloni rammenta nel libro come qualsiasi tipo di comunità, in tutte le epoche e in tutto il pianeta – dalle società tribali fino a quelle rivoluzionarie che sembravano voler capovolgere i vecchi valori – abbiano finito per darsi delle regole, per tenerne alti alcuni, di valori. Cita, come esempio, una disposizione emanata qualche anno fa in Cina: «Il Comitato Centrale del Partito Comunista impone ai militanti di evitare l’adulterio e il sesso fuori dal matrimonio».

Evitando accuratamente ogni genere di argomentazione religiosa, l’autore dimostra che certi valori sono fondamentali per qualsiasi società che voglia restare civile, sana, strutturata.

Lo fa attingendo alla storia, alla letteratura, e soprattutto alla common decency, quella naturale predisposizione morale delle classi popolari a cui faceva costante riferimento George Orwell, ateo: «Un sentimento intuitivo delle cose che non si devono fare se si vuol restare degni della propria umanità».

Paoloni dipinge una società paradossale, che pretende il lavoro eterno e l’amore precario: «Nessun tifoso, mai, rinnega la sua squadra, cambiando in corsa perché gli piace il gioco di un’altra squadra. Sarebbe oggetto di un ostracismo più feroce di quello riservato a chi abbandona la fede musulmana. Il tifoso è legato fino alla morte a un colore. Non ai giocatori, non all’allenatore, non al Presidente, ma al colore di una maglia. Affronterebbe qualsiasi disagio per la gloria di quella maglia, più che per i colori della bandiera nazionale. Per Marc Augé la partita è una liturgia. Sacro è il prato di quello stadio, sacri gli spalti della curva dove appoggia le chiappe. Ma guai a nominare la parola “sacro” a proposito del matrimonio».

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