L’udienza al Senato per la conferma del giudice Kavanaugh alla Corte Suprema è interessante anche per come è stata narrata dai media. Una narrazione manichea in cui la donna, l’accusatrice, è l’eroina e ha sempre ragione, pazienza che sia ancora tutto da dimostrare. E’ lo stato dell’arte del nuovo femminismo, che odia il maschio

Non è “scoppiato in lacrime”, Brett Kavanaugh, come hanno scritto alcuni giornali italiani, ma durante i 45 minuti della sua deposizione era molto arrabbiato e a tratti commosso, e non è “accusato di stupro” come si è letto su alcune pagine di giornale, ma di aver tentato di strappare i vestiti alla sua accusatrice. Sono solo alcuni dei dati stiracchiati comparsi sulla stampa italiana in merito all’udienza al Senato americano dove Brett Kavanagh, candidato da Donald Trump alla Corte Suprema, si è difeso dalle accuse di una professoressa universitaria, Christine Blasey Ford, di aver abusato di lei 36 anni fa, quando entrambi erano adolescenti.

Il confronto a distanza giovedì fra il giudice e la professoressa di psicologia di fronte alla Commissione del Senato americano è stato presentato dalla stampa come una vittoria morale di lei, come se il giudizio dovesse vertere esclusivamente sulla credibilità dei due e non ci fossero testimonianze di terzi su cui basarlo. In realtà chi ha potuto seguire l’udienza, trasmessa in diretta su più di un canale, sa che tutti e tre i testimoni citati dall’accusatrice l’hanno smentita, a partire da una sua “amica di vecchia data” la quale, per iscritto e sprezzante del rischio di essere incriminata per falsa testimonianza, ha affermato che Kavanaugh non lo conosce e che a una festa come quella descritta dalla professoressa non c’è mai stata. Il discorso poteva anche finire lì.

Ma i resoconti mediatici e lo stesso comportamento iper-garantista dei senatori repubblicani, che hanno perfino avuto cura di interrogare la Ford per interposta persona affinché fosse una donna e non un uomo a porgerle le domande, dimostrano quanto si sia inculturato il vittimismo femminista politicamente corretto, da decenni in lotta contro il patriarcato e i privilegi del maschio bianco. Il noto movimento #MeToo è forse lo stadio finale, perché globalizzato, di questa vera e propria guerra culturale, le cui incursore sono arrivate a colpire perfino chiunque fa conoscere la versione degli accusati, come nel caso di Ian Buruma, costretto a dimettersi da direttore del The New York Review of Books per aver pubblicato un saggio di Jian Ghomeshi, uno dei primi ad essere accusati di aggressione sessuale dalle femministe #MeToo. Ghomeshi è stato prosciolto da ogni accusa fin dal 2015? Fa niente. Non deve permettersi di scrivere una spiegazione dei fatti, neanche se intriso di inchini alle donne, e nessuno deve permettersi di diffonderlo.

La vicenda può illustrare per l’Italia, dove l’isteria femminista anti-maschio non ha ancora fatto presa, quanto sia profonda l’intimidazione creata negli Stati Uniti, dove gli attacchi e l’ostracismo ha rovinato vite e carriere di uomini anche importanti, dall’ex-rettore di Harvard Larry Summers, che perse il posto per aver suggerito come campo di indagine il motivo per cui meno donne si dedicano alla ricerca scientifica, a Kevin Spacey, la cui eliminazione da House of Cards di Netflix insegna, a sentire il video di presentazione dell’ultima serie, che «L’era dell’uomo bianco di mezza età è finita».

Questa inculturazione al vittimismo e al risentimento contro il patriarcato, che ha stravolto il giusto e necessario femminismo delle origini, ha diffuso e inculcato un senso di fragilità in tutta la cultura americana, dove le accuse di abusi sessuali possono includere qualsiasi cosa venga percepita come offensiva dalla donna: quindi non solo stupri o violenze fisiche ma anche semplici parole ritenute ambigue e percepite come offensive (esperienza personale: a un convegno sull’evangelizzazione a Roma una ventina di anni fa, una suora americana si infuriò contro il moderatore per essersi rallegrato del fatto che da qualche anno non si vedeva intorno solo relatori uomini ma anche tanti “pretty faces”, bei visini: un affronto terribile!). Questo tipo di ipersensibilità ha influito sulle scuole, sulle università e sui media, consolidando le regole del politicamente corretto, spostando l’onere della prova dall’accusatrice all’accusato e tracimando anche nelle accuse di abusi sessuali rivolti ai sacerdoti, spesso accusati di molestie consistenti in parole o in toccamenti sul braccio.

La stampa americana, in maggioranza portata ad assumere le posizioni politicamente corrette propugnate energicamente dalle femministe, è anche massicciamente anti-Trump, per cui non sorprende che i resoconti dell’udienza Ford-Kavanaugh ieri abbiano ritratto i due secondo i cliché femministi della donna sempre vittima, anzi “survivor”, sopravvissuta al trauma, forte, nobile, coraggiosa e onesta per definizione, e l’uomo bianco prepotente e privilegiato ma psicologicamente debole e meschinetto, sempre per definizione.

In Italia il servizio di Giovanna Botteri a RaiNews24 non ha detto nulla delle testimonianze che hanno contraddetto la Ford, nulla del ritardo di settimane con cui la Senatrice Democratica Diane Feinstein ha tirato fuori la lettera contenente le accuse, nulla delle pressioni subite dai senatori repubblicani da parte delle femministe, nulla della pubblicazione su Wikipedia dei loro indirizzi di casa, fatta da qualcuno il cui IP riconduce alle sale del Congresso. Dell’udienza si è saputo che in lei “il ricordo è indelebile” ed è “sicura al 100%” che ad aggredirla sia stato il giudice allora adolescente il quale “rideva di lei con il suo amico…” mentre di lui hanno saputo che “si rifiuta di spiegare perché non vuole l’inchiesta dell’FBI”, come se ciò dipendesse da lui e non dalla Commissione, e come se la sua vita non fosse già stata passata al setaccio dall’FBI sei volte, ovvero ad ogni nomina a posizioni federali da lui ricoperte durante la sua carriera.

fonte: Alessandra Nucci

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