Terroni e polentoni, articolo de Il Foglio su Civitella del Tronto

Nel suo discorso sul Risorgimento del 17 marzo il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha parlato di uno “storico balzo in avanti che la nascita del nostro stato nazionale rappresentò per l’insieme degli italiani, per le popolazioni di ogni parte, Nord e Sud…”.

Capiamo bene che questa affermazione può essere “necessaria”, in tempo di rievocazioni retoriche, ma non è storicamente vera. Sappiamo per esempio, quanto al Nord, che il Lombardo Veneto non doveva affatto risorgere, essendo uno stato avanzato sotto tutti i punti di vista. Basti qui citare l’ultima fatica di Lorenzo Del Boca, “Polentoni. Come e perché il Nord è stato tradito”, in cui viene messo in luce quanto le regioni del nord abbiano pagato anch’esse l’unificazione savoiarda.

Al libro di Del Boca, si può affiancare l’ultima fatica di Massimo Viglione, “1861. Le due Italie”, che con grandissima competenza illustra non solo la divisione post risorgimentale tra settentrione e meridione, ma anche quella tra cattolici e Chiesa da una parte e nuovo Stato sabaudo dall’altra. Anche chi conoscesse ben poco la storia di quegli anni, però, non può non chiedersi: possibile che il Sud, viste le sue attuali condizioni, abbia davvero fatto uno “storico balzo in avanti”?

A questa domanda risponderebbero sicuramente in modo negativo coloro che anche quest’anno si troveranno a Civitella del Tronto, il 15 e 16 aprile: gli esponenti delle associazioni Controrivoluzione, di Pucci Cipriani, dell’Editoriale il Giglio e del Movimento Neoborbonico (con la presenza, tra gli altri, del senatore Fabrizio Di Stefano, del vignettista Alfio Krancic, degli storici Massimo de Leonardis, Roberto de Mattei e Luciano Garibaldi). E’ dal 1968 che in questa piccola città, l’ultima del Regno delle due Sicilie a capitolare sotto l’assedio dei soldati piemontesi, studiosi e appassionati di storia si ritrovano da ogni parte d’Italia per riflettere sulla “malaunità” e la “rivoluzione”.

Che malaunità sia stata, in verità, è assodato. Sono i letterati meridionali i primi a raccontarlo. Luigi Pirandellonel suo “I vecchi e i giovani” (1899), mette in testa a Donna Caterina Laurentano, moglie di un garibaldino morto a Milazzo e madre di Roberto, anch’egli al seguito di Garibaldi nel 1862 e nel 1866, questi pensieri: “E qual rovinìo era sopravvenuto in Sicilia di tutte le illusioni, di tutta la fervida fede, con cui s’era accesa la rivolta. Povera isola, trattata come terra di conquista! Poveri isolani, trattati come barbari che bisognava incivilire!”. Dopo l’unità: “liti e duelli e scene selvagge; e la prefettura del Medici, e i tribunali militari, e i furti, le grassazioni, orditi ed eseguiti dalla nuova polizia…; e falsificazioni e sottrazioni di documenti e processi politici ignominiosi”. E dopo la Destra, la Sinistra: “usurpazioni e truffe e concussioni e favori scandalosi e scandaloso sperpero del denaro pubblico…”.

Analoga la posizione di Federico De Roberto, che nel suo “I Viceré” (1894) fa dire al duca d’Aragua, il quale magnifica il nuovo regno italiano, che gli ha permesso di arricchirsi comperando le terre della Chiesa (espropriate con la scusa che sarebbero servite per “far divenire tutti proprietari”, ma finite in realtà in bocca alla “gente più ricca”): “Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri”. Analoghi, ancora, i fatti raccontati da altri due grandi scrittori siciliani, Tommasi di Lampedusa, ne “Il Gattopardo” (1958) e Carlo Alianello, ne “La conquista del sud” (1972).

Anche uno storico come Gaetano Salvemini (nella foto), citato proprio da Napolitano nel discorso suddetto, nei suoi “Scritti sulla questione meridionale” (1955), sosteneva che “l’unità d’Italia è stata per il Mezzogiorno un vero disastro”.

Salvemini elencava tre malattie dell’Meridionale: la struttura sociale semifeudale, l’unico male precedente all’Unità; la politica dello Stato sabaudo, “accentratore, divoratore, distruttore”, che “spende i nove decimi delle sue entrate per pagare gli interessi dei suoi debiti e mantenere gli impegni derivanti da una politica estera dissennata”, retto da “maggioranze corrotte e fittizie, rappresentanti solo una parte minima della popolazione”; ed infine, l’oppressione economica del Nord ai danni del Sud. Riguardo a questa Salvemini scriveva che la “spedizione garibaldina fu per la maggioranza dei benpensanti settentrionali un atto di conquista vera e propria. Il Napoletano e la Sicilia non avevano debiti quando entrarono a far parte dell’Italia una”.

Come concludere? Evitando la retorica patriottarda, che, non avendo fondamento, non rende conto del malcontento odierno, al nord ed al sud. Evitando, altresì, le contrapposizioni tra nord e sud del paese, che, oltre a non servire a nulla, ignorano anch’esse la realtà dei fatti: a fare, male, l’unità, furono Cavour, Garibaldi e i Savoia, cioè uomini del nord, ma spalleggiati da meridionali come Francesco Crispi, Giuseppe La Farina, Bertrando e Silvio Spaventa, e moltissimi altri che con le loro opere legittimarono “la conquista del Sud”. Il Risorgimento fu dunque opera di una minoranza rivoluzionaria, di cui vanno stigmatizzate, a mio avviso, le idee, di matrice illuminista e giacobina, non la terra d’origine.

Il Foglio, 24/3/2011
Fonte: Libertà&Persona