Tratto da: La Nuova Bussola Quotidiana

Di Stefano Fontana

A prescindere da quello che vorrà e saprà fare, è un dato di fatto che per l’ennesima volta abbiamo con Mario Draghi un capo del governo non eletto dal popolo. Gli italiani vanno a votare ma poi si trovano governati da personaggi calati dall’alto. Ancora una volta si tratta di operazioni parlamentariste guidate dal presidente della Repubblica. L’articolo 1 della Costituzione viene fortemente indebolito. Ma il paradosso è che il tutto avviene nel rispetto formale della Costituzione.

La sovranità appartiene ancora al popolo? Su questo principio della nostra democrazia si può essere anche molto critici, ciò però non impedisce di notare che nella politica italiana esso sembra non trovare più riscontro. Anche Mario Draghi non è mai stato eletto da nessuno e ancora una volta gli elettori si trovano davanti un presidente incaricato tirato fuori mentre loro erano girati da un’altra parte. La cosa si è ormai ripetuta troppe volte perché possa essere ritenuta frutto solo di normali incidenti di percorso della democrazia. Né Mario Monti né Matteo Renzi erano stati eletti ed ora nemmeno Mario Draghi. In tutti e tre i casi si è trattato di operazioni parlamentariste condotte tramite il protagonismo politico della Presidenza della Repubblica.

So bene che quella italiana è una repubblica parlamentare e che, quindi, il Quirinale deve accertare se ci siano nuove maggioranze prima di sciogliere le camere. So bene che deputati e senatori vengono eletti senza vincolo di mandato, ossia rappresentano l’intera nazione e non solo i loro elettori ai quali non devono politicamente nulla. So bene che non è scritto da nessuna parte che il presidente del Consiglio debba essere un parlamentare eletto dal popolo. Però vedo anche che oggi non siamo nemmeno più in una repubblica parlamentare in senso stretto, ma in una non dichiarata repubblica presidenziale, perché, da Napolitano a Mattarella, è la presidenza della Repubblica a svolgere il primario ruolo politico. Se da un lato questo avviene secondo la lettera della Costituzione, dall’altro anche la contraddice, indebolendo di molto il principio del secondo comma dell’articolo 1: la sovranità appartiene al popolo.

La scelta di Mattarella di non farci votare dopo le dimissioni di Conte è una scelta politica. Istituzionale, certo, ma non tecnica, bensì politica. Il governo del presidente o il governo di alto profilo sono forme di governo politico. Nel caso di Draghi, poi, non si tratta di un governo per fare due o tre cose ritenute urgenti e concordate con la nuova maggioranza e poi votare. Non nascerà – se nascerà… – un governo a tempo e di scopo, ma un vero governo di legislatura dai pieni poteri politici. La stessa caratura del presidente incaricato lo dice, come lo dice il fatto che questa nomina non è certo improvvisata, ma risponde ad un disegno politico.

Tutti sapevamo che si sarebbe arrivati lì. Bisognava far bollire il Conte 1 e il Conte 2 in modo da giustificare l’intervento di Draghi. Che quindi è un intervento politicissimo. Tanto politico da mettere in difficoltà le opposizioni, fino al punto da potersi ritenere che tra gli obiettivi dell’operazione ci fosse anche quello di far fuori definitivamente i partiti sovranisti come Lega o Fratelli d’Italia. Come si potrà muovere qualche critica all’euro o all’Unione Europea dopo che a Palazzo Chigi si sarà insediato Draghi, che di quegli interessi e di quei poteri è la sintesi? Ora, scelte politiche di tale rilevanza non dovrebbero passare dagli elettori?

Negli anni Novanta del secolo scorso si era tentato di operare sulla riforma del sistema elettorale: l’elettore avrebbe votato una maggioranza e un leader che fin da subito si presentavano nella scheda; già all’indomani dello spoglio si sarebbe quindi già saputo – così si diceva e si sperava – chi fosse il nuovo premier e quale fosse il programma della nuova maggioranza. Certo, il presidente continuava a fare la pantomima delle consultazioni per darsi un tono, ma alla fine Scalfaro nel 1994 incaricò Berlusconi che aveva vinto le elezioni.

Però poi si comprese che la vittoria alle elezioni indicava un possibile presidente del Consiglio ma l’onere di incaricarlo rimaneva al presidente della Repubblica, che il presidente incaricato doveva comunque fare le sue consultazioni, che l’assenza del vincolo di mandato permetteva i salti della quaglia, che le coalizioni elettorali si sfaldavano nella prassi parlamentare e cominciavano a nascere, e a moltiplicarsi, i partiti in parlamento… sicché il parlamentarismo costituzionale riprese vigore e, con esso, il ruolo determinante della presidenza della Repubblica. Più la politica non sa costruirsi in modo solido in parlamento e più finisce per contare il Colle, ma la politica non riesce a costituirsi in modo solido perché il parlamentarismo costituzionale non lo permette e quindi emerge il potere politico del Colle.

Il dato sembra ormai certo: a fare i governi è sempre di più il Quirinale. Non nel senso di nominarli, ma nel senso politico di prepararne la strada. La strategia tutta politica di Napolitano per avere un governo Monti sul finire del 2011 e poi per rottamare Letta e incaricare Renzi il 17 febbraio 2014, giocando di sponda con la Direzione del PD che aveva rilevato l’urgenza di aprire una fase nuova, è molto simile alla strategia di Mattarella per avere il governo Draghi.

Gli italiani continuano ad andare a votare alle politiche. Alle ultime si è recato alle urne il 74 per cento di loro. Perché – si dice – la sovranità appartiene al popolo. Però ormai da parecchio tempo – il primo presidente del Consiglio incaricato come tecnico fu Carlo Azeglio Ciampi nel 1993 – i governi vengono fatti in altro modo e senza che ormai nessuno dica più niente in proposito. Stupefacente la nostra Costituzione: dà il potere al popolo e nello stesso tempo glielo toglie.