È passata inosservata la proposta spassosa ma intrigante del sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, di battere moneta locale. L’idea, è inutile dirlo, suscita a prima vista divertimento e brioso cazzeggio napoletano. Appena è stata annunciata sono circolati nel web in modo virale i video di Totò e Peppino che stampavano banconote false. Napoli si presta assai per letteratura e indole a queste gag. Ogni rione, se non ogni condominio, si stamperebbe la sua moneta secondo l’occorrenza. E troveremmo sicuramente qualche sociologo creativo di Napoli pronto a dimostrare che sarebbe il mondo più efficace e incruento per smontare la criminalità organizzata e i suoi giri per procurarsi soldi. Basta droga, prostituzione, scippi e delinquenza, se hai bisogno di grana te la stampi da te, senza far male a nessuno. Geniale, legalizzare la moneta falsa per scacciare quella buona, che manca, soprattutto a Napoli. Per farlo devi solo mostrare i documenti, quella che Pappagone chiamava la carta di diridindà. (Lui potrebbe essere il testimonial ideale della proposta di De Magistris, lui che teorizzava il valore della comunità locale, dicendo che dobbiamo essere “vincoli e non sparpagliati”). Peraltro de Magistris aveva già lanciato tempo fa un’idea del genere ma naufragò senza fortuna.

Diverte immaginare che qualcuno non voglia uscire dall’euro e dalla Ue ma entrare nel uéué, o nel tornese, che era la vecchia moneta borbonica in uso nel Napoletano. Proporrei di ancorare la moneta, come si faceva fino al ’71 con l’oro, a un bene reale che in questo caso potrebbe essere il babà. È un’unità di misura partenopea già adottata dal clan di Arbore che classificava in babà l’indice di gradimento, cinque babà, sette babà…

Però l’idea non è poi del tutto bislacca e da qualche parte nel mondo si adotta la doppia moneta locale per scambi a chilometro zero, a circuito interno. In Italia fu teorizzata da un giurista stravagante e appassionato, che io ho conosciuto e che fu tra i fondatori dell’università di Teramo. Giacinto Auriti, un abruzzese generoso, d’ingegno e di follia, un po’ come Ezra Pound a cui s’ispirava. Un nemico dell’usura e un sostenitore della sovranità monetaria del popolo. Auriti nel ’98 incontrò e poi ispirò Beppe Grillo. E due anni dopo coniò una moneta locale a Guardiagrele, in Abruzzo, il Simec. Che doveva servire tra l’altro per finanziare il reddito di cittadinanza, quello stesso di cui parlano i grillini. Forse l’unico modo per finanziare quell’ambizioso progetto è di stampare banconote parallele con valore circoscritto… Il principio su cui regge è che dà valore alla moneta chi l’accetta e non chi la emette.

La banconota di Auriti, che una volta ho visto coi miei occhi, fu poi sequestrata per ordine della Banca d’Italia. Auriti morì nel 2006 ma me lo ricordo fervente e appassionato, non perdeva occasione per illustrare la sua teoria e parlare della sua moneta. Era un po’ missionario della sua Idea, un po’ monomaniacale. Lo ricordo una volta, in una cena a casa Ruspoli, c’erano anche cardinali e principi, e Auriti colse l’occasione di un brindisi per raccontare la sua teoria agli ospiti che lo guardavano tra il divertito e l’atterrito, come un alieno; nobilissimo però.

Auriti è l’ispiratore di un giovane e vivace avvocato pugliese, Davide Storelli, che ha pubblicato un pamphlet, Moneta e democrazia, in cui sostiene queste tesi e le argomenta in modo accattivante. E parla di una moneta locale, complementare e non alternativa all’euro, per risollevare l’economia locale e avviare il reddito di cittadinanza. Cita perfino dei passi della Banca Centrale Europea che riconoscono i sistemi di moneta complementare a livello locale e la loro utilità come liquidità aggiuntiva. Insomma una cosa del genere sarebbe ammessa in sede europea, perfino legale, come non accadde al povero Auriti.

Pare che ce ne siano cinquemila di monete locali in uso nel mondo, mi auguro escluso il baratto e la compravendita di mogli tramite cammelli… No, torniamo seri perché la proposta è seria. La prende sul serio l’ex governatore della banca centrale Biagio Bossone che ha scritto la prefazione al testo di Storelli. E la prendono sul serio due studiosi come Amato e Fantacci che hanno pubblicato con Donzelli nel 2012 un libro “Come salvare il mercato dal capitalismo”. Potrebbe diventare un testo per Di Maio e i suoi grillini di cui è notoriamente enciclopedica la cultura. Ci spaventa però l’idea che la Raggi possa applicarla a Roma, un caffè due sesterzi…

Non so giudicare la proposta, non ci capisco molto di finanza, mi incuriosisce, ma non saprei dir nulla circa la sua fondatezza o meno. La giro alle persone serie che si occupano di economia nel governo da posizioni non appiattite sugli eurocrati: da Savona a Giorgetti, da Siri a Bagnai.

Però poi, se immagino Masaniello de Magistris, detto Giggino, che batte moneta napoletana, sforna babà da cento, da mille, mi riscappa un po’ da ridere. E più che gli economisti mi viene voglia di citare Eduardo e Totò. Mi sovviene il ricordo di Peppino che dopo aver stampato banconote false, si comprò delle scarpe lucide e cigolanti. Ma poi si scoprì che le aveva pagate coi soldi veri, non se la sentiva di spacciare moneta falsa…

MV, Il Tempo 9 settembre 2018